La Coppa Italia

Oggi sono più nostalgico del Nanni Moretti che si struggeva per le merendine di quand’era bambino, per i pomeriggi di maggio. Per sua madre. Per tutte le cose che non torneranno più.
Lo sfondo di tanta nostalgia era una scalcagnata partita di pallanuoto in una sperduta piscina oggi scomparsa. Ne sono scomparse molte, di cose, da Palombella rossa.
L’anno prossima andrà via, cacciata, la Coppa del Popolo. Il torneo di tutte le città e dove tutto poteva accadere.
Le piccole che battono le grandi (chiedete alla Roma), le squadre che finiscono in -ESE, i portieri in seconda (no, Alessandrelli no: Zoff non mollava un minuto), i centromediani con le gambe storte e i baffi da brigatista che una domenica pomeriggio d’agosto si ritrovano a calpestare soffici ciuffi di smeraldo a San Siro…
La Coppa delle trasferte nella provincia più abissale (“Alè! Siamo in Afvica!”, scappava al campione transalpino ritrovandosi sotto le Murge), delle partite andataeritorno, dei Platini, Maradona, Falcao e Baggio che apparivano su un campetto miserando a moltiplicare i gol e gli assist e disvelare ai pastorelli due o tre segreti sul gioco del pallone.
Non torneranno più queste cose.
Insomma, gettiamo in soffitta anche la Coppa Italia, il trofeo davvero Nazionale. La Coppa che, aspetta, come si dice?, più di tutte “il calcio è dei tifosi e di nessun altro”.
I format! I format! Che già solo la parola è garanzia di porcata…
L’idea? Di quegli stessi che contro la Superleague acchiappasoldi si sono stracciati i completini di dosso, ma sempre stando ben attenti che si vedesse lo sponsor. Dalla prossima stagione parteciperanno solo 40 squadre (20 di Serie A e 20 di 😎, per… indovinate un po’? sì, esatto… “per creare da subito sfide che siano appetibili per le televisioni”.
Mai più l’Alessandria in semifinale. Mai più goleade viste coi binocoli dai balconi al settimo piano dei condomini popolari costruiti intorno al vecchio Donato Vestuti di Salerno. Mai più quel Bari-Juventus più memorabile nell’album della nostra famiglia della liason di zia Oronzina con Domenico Modugno.
Febbraio 1984.
Un ottavo di finale storico, sia per i 2 rigori fischiati contro la Juventus che per l’eliminazione di 5 campioni del mondo più Platini e Boniek ad opera di una squadra di serie C. Per noi di Lecce, l’unica possibilità di andare a vedere la Juventus. Adesso papà avrebbe finito di essere l’unico ad aver visto la Signora da vicino, sempre a Bari, sempre un mito (“È fatto bene Bari: Sivori ti sembrava di toccarlo con le mani”).

Quindi bisognava prepararla bene quella partita. Anche sugli spalti. Noi cominciammo a conversare in barese già due settimane prima del match (prudenza e mimetismo: perché sempre leccese eri, sempre oltre confine stavi andando), poi cambio olio (minerale anziché d’olivo) e filtri alla 500, che era indistruttibile ma mio padre e mio zio all’epoca erano sui 110 chili e per passare Ostuni le “doppiette” si sprecarono.
Coinvolte anche le donne per la teglia di agnello con patate al forno, tenuta in caldo da un canovaccio da cucina a quadretti bianchi e azzurri e infilata in un sacchetto dell’Upim perché all’intervallo “li piccinni annu mangiare”.
E si andò al Delle Vittorie, due grandi grassi, due piccinni grossi e per cambusiere un amico smilzo che era stato emigrato per anni a Bielefeld e lui il calcio vero lo vedeva ogni sonntag e laggiù tifava per una squadra che aveva il nome di Arminio, generale di un esercito di serie C che a Teutoburgo duemila anni prima aveva battuto la Roma (visto?). Ah: e lì una carta per terra non la trovi.
Insomma ci portavamo dietro un presagio, ma vallo a sapere prima del fischio d’inizio. A proposito si giocava alle 14.30: che commozione. E che belli i thermos del caffè.
I gol? Un pezzo papà, uno mio zio, ma quello di Tardelli riuscimmo a… raccontarcelo dal vivo.
Totò Lopez dal dischetto al 90° (dicono…) ci privò dei supplementari e scatenò la festa furibonda dei baresi, oltre al sollievo dei bianconeri contenti di tornarsene nella loro Altitalia in tempo per la cena. Massaggiatori in tuta acetata, raccattapalle pelle e ossa, fotografi inventati invasero il campo alle spalle di Mister Bruno Bolchi detto Maciste. Il suo trench grigio ferro nella corsa sventolava rapinoso come il mantello di Capitan Harlock.
Mi ci vollero 5 anni per accettare che al “campo sportivo” il replay non lo fanno e altri 40 per capire, una volta per tutte, che la Juventus in Puglia viene regolarmente con una voglia di far bella figura e l’animosità tipiche di un impiegato del catasto che acquisisce una voltura.

Dopo Palombella rossa, quelli di sinistra hanno già tentato e perso molte altre direzioni. Ma anche gli altri, tutti noi. Però il Bari potrebbe vincere i play off di Lega Pro quest’anno e tornare in Serie B… Chissà le televisioni, che appetito!